La Cassazione con l'ordinanza n. 8793/2026 stabilisce che le attribuzioni patrimoniali eseguite durante la convivenza matrimoniale si presumono effettuate in adempimento del dovere di contribuzione ai bisogni della famiglia ex art. 143 c.c. e sono pertanto irripetibili. Chi agisce per arricchimento senza causa deve provare una causa diversa o la sproporzione dell'apporto rispetto alle proprie sostanze.
| Martedi 14 Aprile 2026 |
La pronuncia rafforza un indirizzo già consolidato in tema di rapporti patrimoniali tra coniugi, chiarendo con precisione su chi grava l'onere della prova nell'azione di arricchimento senza causa. La presunzione di irripetibilità delle attribuzioni eseguite durante la convivenza non è superata dalla sola dimostrazione che un coniuge ha versato più dell'altro: occorre allegare e provare una causa diversa dalla contribuzione familiare, oppure la concreta sproporzione dell'apporto rispetto alle proprie sostanze e capacità reddituali al momento delle dazioni.
Mevia conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Milano l'ex coniuge Tizio, chiedendone la condanna al pagamento di circa 523.000 euro a titolo di indennizzo da ingiustificato arricchimento ai sensi dell'art. 2041 c.c. La domanda era fondata sul fatto che, nel corso del matrimonio, i coniugi avevano venduto un immobile in comproprietà e destinato il ricavato — insieme ad ulteriori somme — all'acquisto della nuova abitazione familiare, poi intestata esclusivamente a Tizio per ragioni fiscali. All'atto delle dazioni, Mevia non percepiva alcun reddito e si occupava esclusivamente della famiglia e dei figli, cosicché il suo apporto economico era risultato del tutto sproporzionato rispetto alle sue modeste sostanze.
Tizio si costituiva eccependo in via preliminare l'inammissibilità della domanda per difetto del requisito di sussidiarietà ex art. 2042 c.c., sostenendo nel merito che le somme versate dalla moglie integrassero una donazione indiretta o, in subordine, un adempimento dei doveri di contribuzione coniugale ex art. 143 c.c. In via riconvenzionale, aveva chiesto la restituzione delle somme da lui versate sul conto corrente cointestato durante il matrimonio, sino a concorrenza del credito azionato dalla controparte.
Il Tribunale di Milano accoglieva parzialmente la domanda di Mevia, condannando Tizio al pagamento di circa 491.500 euro oltre interessi, ritenendo provato l'apporto economico dell'attrice e insussistenti i presupposti per qualificare le dazioni come donazione indiretta o adempimento di obbligazioni naturali. La Corte d'appello di Milano confermava integralmente la decisione di primo grado, rigettando il gravame.
Tizio ha proposto ricorso per cassazione articolando cinque motivi:
La Corte rigetta tutti i motivi.
Sul primo motivo, la Cassazione richiama il principio già enunciato dalle Sezioni Unite (sent. n. 33954/2023): la sussidiarietà dell'azione di arricchimento impone una verifica in concreto sull'esistenza ab origine di un titolo giustificativo per il rimedio alternativo. Non è sufficiente la mera astratta evocabilità di un'azione diversa per paralizzare la domanda ex art. 2041 c.c.; diversamente, il convenuto potrebbe sempre bloccare l'azione di arricchimento con la semplice allegazione — anche del tutto infondata — di un rimedio alternativo.
Nel caso di specie, la corte d'appello aveva correttamente accertato che:
Sul secondo motivo, la Corte conferma che:
Sul terzo motivo, la Corte aderisce all'orientamento secondo cui il tasso di interessi ex art. 1284, comma 4, c.c. — applicabile dalla domanda giudiziale — non è limitato alle sole obbligazioni contrattuali ma si estende a tutte le obbligazioni pecuniarie, comprese quelle restitutorie e quelle da fatto illecito o da arricchimento senza causa, una volta liquidate dal giudice. La clausola iniziale della norma («se le parti non ne hanno determinato la misura») esclude solo il carattere imperativo della disposizione, non il suo ambito di applicazione.
Il quarto motivo è dichiarato inammissibile, mirando a una rivalutazione del materiale probatorio non consentita in sede di legittimità.
Da quanto sopra esposto discende il seguente principio di diritto: "In tema di rapporti patrimoniali tra coniugi, le attribuzioni eseguite durante la convivenza matrimoniale per concorrere a realizzare un progetto di vita in comune si presumono effettuate in adempimento del dovere di contribuzione ai bisogni della famiglia ai sensi dell'art. 143 c.c. e risultano, pertanto, irripetibili in quanto sorrette da una giusta causa. Ne consegue che il coniuge, il quale agisca con l'azione sussidiaria di arricchimento senza causa ex art. 2041 c.c. per ottenere la restituzione di somme versate su un conto corrente cointestato, ha l'onere di allegare e provare una causa diversa (quale, ad esempio, un mutuo) ovvero che l'apporto complessivo risulti, per entità e destinazione, sproporzionato ed inadeguato rispetto alle proprie sostanze e capacità reddituali, non assumendo a tal fine rilievo la mera dimostrazione di una superiorità quantitativa degli esborsi rispetto a quelli dell'altro coniuge.