NASpI e partita IVA: la sorprendente svolta della Cassazione

Quando la decadenza dichiarata dall'INPS è illegittima. Cassazione, Sezione Lavoro, Ordinanza n. 7957/2026.
Avv. Andrea Iaretti.
NASpI e partita IVA: la sorprendente svolta della Cassazione

Per la Cassazione la decadenza dalla NASpI per omessa comunicazione presuppone l'effettivo svolgimento di attività lavorativa autonoma; la sola titolarità di partita IVA non è sufficiente e l'onere di dimostrare l'attività effettiva grava sull'INPS, non sul lavoratore.

Martedi 12 Maggio 2026

Il caso che ha cambiato le regole

Hai perso il lavoro, percepisci la NASpI e hai ancora la partita IVA aperta — ma non stai lavorando, non emetti fatture, non guadagni nulla. A un certo punto arriva la lettera dell'INPS: sei dichiarato decaduto per «omessa comunicazione dei redditi da lavoro autonomo». E ora ti chiedono di restituire quanto già ricevuto.

Questa situazione ha colpito migliaia di lavoratori in tutta Italia. L'INPS, rilevando la partita IVA attiva nelle proprie banche dati, la equiparava automaticamente allo svolgimento di attività professionale — e dichiarava la decadenza per mancata comunicazione. Una prassi rigida, fondata su un presupposto formale anziché sulla realtà dei fatti.

L'Ordinanza della Corte di Cassazione 7957 pubblicata nel marzo 2026 ha smontato questa impostazione in modo definitivo. Il principio affermato è chiaro: la titolarità di partita IVA non equivale a svolgimento di attività. Se non c'è lavoro reale, non c'è obbligo di comunicare all'INPS — e quindi non può esserci decadenza.

Cosa dice la legge: gli articoli chiave del D.Lgs. n. 22/2015

L'art. 10 del D.Lgs. 4 marzo 2015, n. 22 stabilisce che il percettore di NASpI il quale avvii un'attività lavorativa autonoma da cui ricavi un reddito superiore alla soglia esente da IRPEF — la cosiddetta no tax area, attualmente pari a 5.500 euro annui per i lavoratori autonomi — deve informare l'INPS entro un mese dall'inizio dell'attività, dichiarando il reddito annuo previsto.

L'art. 11 dello stesso decreto prevede invece le cause di decadenza dalla NASpI. Sono cinque e sono tassative: tra questefigura l'avvio di attività autonoma senza la comunicazione prescritta. La parola «tassative» ha un peso giuridico preciso: non esistono altre cause di decadenza al di fuori di quelle elencate dalla legge, e nessuna prassi amministrativa può aggiungerne di nuove.

La decisione della Cassazione: effettività prima di tutto

I giudici di primo e secondo grado avevano entrambi confermato la decadenza, ritenendo sufficiente la titolarità della partita IVA per far scattare l'obbligo comunicativo. La Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, cassato la sentenza impugnata e rinviato la causa per un nuovo esame.

Il ragionamento della Corte è lineare. La norma collega l'obbligo di comunicazione all'«intraprendere un'attività lavorativa autonoma da cui si ricava un reddito». Senza attività effettiva non vi è reddito. Senza reddito, la fattispecie descritta dalla legge non si verifica. E se la fattispecie non si verifica, non può scattare né l'obbligo né la decadenza.

La partita IVA, in questo schema, è definita dalla Corte una «circostanza neutra»: un atto meramente propedeutico all'esercizio dell'attività, non l'attività stessa. Equipararla automaticamente a lavoro in corso significa violare la lettera e lo spirito della norma.

Principio di diritto: La decadenza dalla NASpI per omessa comunicazione presuppone l'effettivo svolgimento di attività lavorativa autonoma. La sola titolarità di partita IVA non è sufficiente. L'onere di dimostrare l'attività effettiva grava sull'INPS, non sul lavoratore.

La NASpI anticipata: opportunità reale, ma con un rischio grave da non ignorare

Come funziona la liquidazione in unica soluzione

L'art. 8 del D.Lgs. n. 22/2015 prevede la possibilità di richiedere la NASpI in anticipo e in un'unica soluzione, anziché mensilmente. Lo scopo è fornire un capitale iniziale a chi intende avviare un'attività autonoma, un'impresa individuale o entrare in una cooperativa di lavoro. La domanda va presentata entro 30 giorni dall'avvio dell'attività. L'importo erogabile corrisponde alle mensilità di NASpI ancora non percepite.

Il vantaggio è concreto: invece di ricevere, ad esempio,1.000 euro al mese per 14 mesi, si ricevono circa 14.000 euro subito, da investire nel progetto. Non è un prestito, non genera interessi, non richiede garanzie. Per chi ha un'idea imprenditoriale solida, è uno strumento che vale la pena conoscere.

Il rischio da evitare assolutamente: chiudere l'attività e trovare lavoro dipendente

Qui si apre uno scenario che è indispensabile conoscere prima di qualsiasi decisione. Se dopo aver ricevuto la NASpI anticipata si chiude l'attività — per difficoltà di mercato, per un cambio di piani, per qualsiasi ragione — e nel frattempo si viene assunti come lavoratori dipendenti, l'INPS ha il diritto di recuperare le somme corrisposte.

A queste somme si aggiungono le sanzioni di legge e gli interessi. Il debito che ne deriva può essere molto rilevante.

Il punto più insidioso è che questo accade anche in buona fede: non serve alcuna intenzione fraudolenta. L'obbligo di restituzione sorge automaticamente, per il solo fatto che l'attività è cessata e si è trovato lavoro dipendente. Per tale ragione, prima di richiedere la liquidazione anticipata è fondamentale avere un progetto davvero solido e valutare con onestà la probabilità di portarlo avanti per tutto il periodo coperto dall'indennità.

Conclusione: conosci i tuoi diritti — e i rischi — prima di agire

L'Ordinanza della Corte di Cassazione 7957/2026 restituisce ai lavoratori una tutela che la legge aveva sempre previsto ma che la prassi INPS aveva di fatto eroso. Avere la partita IVA aperta non significa lavorare. E chi non lavora non è obbligato a comunicare nulla all'INPS — e non può essere dichiarato decaduto dalla NASpI.

Allegato:

Cassazione civile ordinanza 7957 2026

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