I minori detenuti e le ragioni delle proteste

I minori detenuti e le ragioni delle proteste

Una canzoncina di qualche anno fa, scritta per rivendicare i diritti delle Donne alla parità sociale, affermava che “Oltre le gambe…c’è di più”.

Si potrebbe mutuare la stessa frase per utilizzarla in favore dei numerosi minorenni coinvolti nelle recenti manifestazioni nelle piazze del Paese, apportando una modifica nel senso che “Oltre la rabbia…. c’è di più”.

Venerdi 30 Ottobre 2026

Dopo i bilanci delle violenze di piazza avvenute in quello che doveva essere un tranquillo fine settimana di Ottobre, il Presidente della Repubblica, Mattarella, ha siglato il Decreto Legge del Governo recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile”, mentre, nel contempo, le affermazioni bellicose del Guardasigilli Nordio, suscitavano nell’Opinione Pubblica molte reazioni poiché il Ministro, dopo avere ricordato la “serie di arresti massicci nei confronti di minori mai avvenuta prima e prospettando la necessità di spedire dietro le sbarre questi minori violenti”, ha reso noto che il Sistema Carcerario minorile attualmente è “ in sofferenza”, il che rende necessario “ampliare la capienza delle carceri giovanili o di trovare accordi in modo che alcuni settori delle Carceri e dei Penitenziari, destinati ai detenuti maggiorenni, possano essere destinati ai minori”.

Secondo alcuni commenti, tale affermazione, di fatto, preannuncerebbe un intervento più radicale delle violenze attribuite ai minori che, invero, ha destato profonde preoccupazioni anche tra gli stessi operatori della Giustizia stante l’attuale situazione di sovraffollamento in cui versano attualmente le Carceri italiane.

Ne costituiscono riprova le dichiarazioni, rese alla stampa, da Don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei Cappellani delle Carceri, secondo cui “stiamo vivendo in un mondo disperato, dove la violenza sta prendendo una dimensione quasi di normalità”.

Ed aggiunge “tutte le manifestazioni che si sono svolte in questi giorni ci fanno molto riflettere, soprattutto davanti a questo disagio giovanile, che non dico è irrecuperabile, però il Governo, la Scuola, la Chiesa e le Famiglie, tutte insieme, devono costituire una rete e collaborare per poter capire in che modo aiutare i giovani che vivono disagi e sono autori di atti di violenza”.

Lo stesso Papa Leone, incontrando i partecipanti al Congresso per la pastorale scolastica e universitaria, ha sostenuto che “i giovani hanno bisogno di sentirsi amati” e che “tanti giovani, abbandonati a sé stessi, non sono aiutati a capire in che modo devono vivere la loro vita”.

Pertanto, sul piano umano e cristiano, ha sostenuto Don Grimaldi, “non siamo d’accordo con la posizione del Governo di ampliare le carceri minorili, per un motivo molto semplice, perché questa sarebbe una soluzione possiamo dire immediata, ma che non risolve il problema soprattutto dell’educazione dei giovani”.

La repressione certamente non costruisce niente, anzi la persona repressa custodisce nel suo cuore una violenza che, appena può, riesce fuori e, pertanto, la repressione, per i cattolici, come per la Chiesa, non si può accettare, sebbene si possa comprendere la difficoltà dello Stato ad affrontare il problema per trovare una risposta immediata alle violenze perpetrate.

E’ un dato oggettivo che viviamo in un mondo dove la violenza è parte del nostro quotidiano e dovunque andiamo c’è violenza, pensiamo ai femminicidi, alle violenze in casa, alla guerra, che ci sta insegnando che a prevalere è il più forte e non serve più il dialogo, mentre la diplomazia potrebbe essere la soluzione migliore per poter risolvere le controversie.

Il dialogo può essere una strada da percorrere, invece di chiudersi di fronte alle violenze, perché è importante dialogare anche con i giovani, per capire cosa chiedono ad un mondo che sta cambiando.

I giovani fanno fatica a guardare con speranza il loro futuro, perché la Società in cui vivono non prospetta un futuro sicuro per tanti di loro ed è per questo, ad esempio, che è importante combattere la povertà educativa e la dispersione scolastica.

Se i giovani si dedicano allo studio e possono accrescere la loro cultura, essi avranno una visione diversa della propria vita, perché anche la cultura aiuta il giovane a costruire un futuro migliore.

Occorre, dunque, investire in politiche giovanili che è la risposta migliore rispetto al disagio, ma il problema innegabile è che non si tratta di una soluzione immediata perché i miracoli non si fanno: è un cammino, un processo di cambiamento che può avvenire nella Società in tempi più lunghi.

Il vero problema è che ci sentiamo quasi tutti quanti piccoli davanti ad una Società così difficile e molti di noi rischiano di non impegnarsi più, di rassegnarsi al fatto che il Mondo deve andare così e lo lasciamo andare mentre, come sosteneva Papa Francesco, “stiamo tutti sulla stessa barca, però dobbiamo anche remare affinché questa barca non affondi”.

Occorre chiedersi, tuttavia, da dove nasce tanta rabbia in questi ragazzi che poi finiscono in carcere.

Secondo Don Grimaldi, “se un giovane cresce in una famiglia serena, tranquilla, dove c’è l’amore, dove c’è il rispetto, dove si vive la solidarietà umana, questi giovani crescono bene, ma quando in una famiglia non c’è tutto questo, i genitori li abbandonano a sé stessi, il padre magari è in carcere, la mamma deve cercare di tirare avanti la famiglia, e questo è un ambiente che non aiuta i giovani a crescere in serenità”.

Ne consegue che dentro di loro, cresce la rabbia, soprattutto nel confronto con altri amici che vivono esperienze diverse perché i genitori lavorano e guadagnano, loro vestono bene e tutto questo influisce anche sulla psiche di un giovane creando un disagio.

Molti giovani detenuti vivono in povertà, non hanno avuto la possibilità di studiare, di vivere in ambienti tranquilli e la verità è che tante persone rinchiuse nelle carceri non sono state aiutate dalla vita.

In una tale situazione, la Giustizia Riparativa può essere una strada da battere, soprattutto con i minori che hanno compiuto reati, perché molti cappellani cercano di creare dei percorsi di giustizia riparativa anche e soprattutto nelle carceri minorili.

La giustizia riparativa, infatti, offre loro una possibilità per evitare ulteriori violenze e l’ulteriore rabbia che tante volte un giovane che ha commesso un reato si porta dentro perché tanti giovani detenuti vivono anche con il rimorso del male che hanno potuto compiere e la giustizia riparativa aiuta a intraprendere un percorso che aiuta pure le stesse vittime, che non dobbiamo mai dimenticare. ( !! )

In conclusione, l’autorevole Sacerdote ritiene che, per apprezzare la bellezza della vita, possa essere utile anche agevolare il servizio civile dei giovani nel mondo del volontariato perché esso costituisce una forma di educazione in cui i giovani imparano a non rinchiudersi in sé stessi e allargano il loro cuore proprio per far sì che la loro vita sia un dono anche per gli altri.

Dalle parole, condivisibili, di Don Grimaldi emerge una lettura della situazione delle Carceri Minorili che rivela una verità condivisibile: “il Carcere non aiuta l’opera di rieducazione dei minori ma ne aggrava la protesta nei confronti delle Istituzioni ritenute lontane ed assenti dai problemi generati dalla Società contemporanea. (!!)

  • La detenzione dei minori

Sta di fatto che “la detenzione degli adolescenti può aggravare i problemi che dovrebbe risolvere, compromettendone la salute mentale e aumentando il rischio di recidiva”, come ha sostenuto F. Baraggino sulle pagine della stampa del 24 Ottobre u.s.

Si tratta di una tesi analoga sostenuta da un gruppo internazionale di medici e ricercatori in un articolo pubblicato sulla Rivista The Lancet Child & Adolescent Health, che mette sotto accusa la svolta repressiva della giustizia minorile europea, dedicando una particolare attenzione al nostro Paese.

In questo quadro, è apparsa discutibile l’opinione espressa dallo stesso Guardasigilli che non esclude, in linea teorica, neppure la possibilità di abbassare l’età dell’imputabilità sotto i 14 anni, il che accrescerebbe la già grave situazione delle Carceri Minorili, sebbene lo stesso Ministro abbia precisato che il Governo non intenda farlo nell’immediato.

Si tratta di una prospettiva opposta a quella delineata dai citati ricercatori sulla delicata materia nell’articolo, pubblicato lo scorso 10 settembre 2026 sulla Rivista scientifica citata.

Non si tratta di uno studio sperimentale, ma di un contributo scientifico che richiama alcune pubblicazioni e documenti vari per sostenere che “gli ambienti carcerari sono intrinsecamente patogeni e strutturalmente incompatibili con lo sviluppo neurologico positivo degli adolescenti”.

Nell’elaborato gli autori denunciano “la tendenza europea a sostituire la protezione dei minori con misure punitive”, come avvenuto in Svezia, dove è stato previsto il trasferimento di quindicenni in apposite strutture per adulti gestite dalla locale Amministrazione Penitenziaria, ma ugualmente in Francia ed in Italia, laddove il c.d. Decreto “Caivano”, nel 2023, ha ampliato il ricorso alla custodia cautelare per i Minori, contrariamente a quanto sostenuto in maniera contraria dalla Dottrina prevalente.

Sul punto, la ricerca pubblicata evidenzia che, tra il 2023 e il 2024, i minori ristretti negli Istituti minorili sono aumentati dell’80% in Italia, del 50% in Germania e di quasi del 20% in Francia, mentre il consumo di psicofarmaci nelle principali strutture è cresciuto mediamente del 41%.

Il problema più rilevante, secondo i ricercatori, è che il carcere concentra adolescenti già vulnerabili, spesso con disturbi psichiatrici, dipendenze o precedenti esperienze traumatiche.

A tanto si aggiunge che il sovraffollamento, le violenze, l’isolamento e le contenzioni possono aggravare queste condizioni personali, aumentando il rischio di depressioni gravi, disturbi post-traumatici da stress e abusi di sostanze psicotiche.

In tale ottica, particolarmente significativo è il dato sugli psicofarmaci assunti dai minori poiché, nei principali Istituti penali minorili italiani, nel 2024, la loro somministrazione è aumentata mediamente del 41%, misurata in base alle dosi giornaliere accertate.

Nondimeno, gli stessi ricercatori individuano le terapie necessarie per l’impiego di sedativi, denunciando il rischio che la sofferenza prodotta dalla detenzione venga trattata sul piano farmacologico anziché essere affrontata nelle sue cause, come è emerso in relazione al suicidio di un diciassettenne, avvenuto nel carcere minorile di Treviso.

Uno specifico capitolo dello studio elaborato è dedicato anche ai minori stranieri non accompagnati, sottoposti alla detenzione, a causa della carenza di strutture di accoglienza.

Un’ulteriore criticità rilevata, di assoluta urgenza per la moderna psicologia giuridica, riguarda l’impatto dei flussi migratori sul sistema penale minorile e la sproporzione, negli Istituti, di minori stranieri rispetto a quelli italiani.

I ragazzi appartenenti alle famiglie dei migranti, sovente confinati nei nuovi ghetti periferici e privati di concrete reti di integrazione, diventano facili prede di circuiti criminali che offrono loro una distorta forma di accettazione, supporto economico e riconoscimento identitario.

Questa vulnerabilità sociale si traduce in un allarmante squilibrio nelle carcerazioni, che varia drasticamente da Nord a Sud.

Nel 2022, negli Istituti per Minori del Nord-Ovest, gli ingressi di minori stranieri sono stati più del doppio rispetto a quelli degli italiani (244 contro 118).

Una dinamica diametralmente opposta si riscontra negli Istituti del Mezzogiorno e delle Isole, in cui la popolazione carceraria giovanile è composta in prevalenza da Minori italiani.

Tali situazioni differenziate non sono spiegabili unicamente attraverso la maggiore densità di popolazione straniera residente nelle regioni centro-settentrionali, perché esse riflettono piuttosto l’influenza culturale e operativa della Criminalità organizzata locale, atteso che, al Sud, le Organizzazioni sono storicamente strutturate su base familiare, come accertato per la Camorra, Cosa Nostra e la Ndrangheta, che sono solite reclutare ed impiegare prevalentemente i giovani del territorio in cui le stesse operano, mentre al Nord, dove le Associazioni mafiose prediligono l’infiltrazione nei tessuti economici e istituzionali, la gestione della microcriminalità e dello spaccio di stupefacenti per strada, è spesso demandata a nuove leve di origine straniera, che alimentano la già drammatica situazione di sovraffollamento degli Istituti penitenziari.

Da ultimo, i ricercatori criticano gli accertamenti svolti sull’età dei minori siccome fondati su radiografie del polso e dati biometrici, considerati sistemi ad elevato margine d’errore.

Su questi presupposti, le conclusioni dell’indagine svolta mettono in discussione l’efficacia stessa della risposta carceraria per i Minori ristretti

poiché “lungi dal fungere da deterrente la stessa detenzione favorisce il coinvolgimento nel sistema penale anche in età adulta, causando in tal modo tassi di recidiva superiori rispetto ai programmi alternativi territoriali”, il che conferma le tesi del Barragino innanzi citate.

Pertanto, scrivono i ricercatori, “la soluzione da perseguire in avvenire è quella della c.d. “abolition medicine” ossia quella di trasferire le risorse desti-nate all’ampliamento degli attuali Istituti minorili verso servizi di salute mentale, istruzione, assistenza sociale e percorsi educativi nonché quello della chiusura delle strutture esistenti nei Paesi europei perché, incarcerare i bambini non è un antidoto ai mali sociali, ma la loro manifestazione più estrema e patogena”. (!!)

  • La protesta giovanile in vari Paesi del Mondo

L’unica cosa certa, in questo quadro, è la portata mondiale del fenomeno, su cui occorre porsi domande anziché generalizzare, come avvenuto in questi giorni sui massmedia come sostiene P. Borrometi con un’analisi dettagliata di quanto sta accadendo nel Mondo, pubblicata su Avvenire, secondo cui “la “Generazione Z” è scesa in piazza in vari Paesi del Mondo per protestare contro il futuro rubato, contro la crisi climatica, le evidenti disuguaglianze sociali ed i diritti negati”.

La sfiducia dei giovani nelle Istituzioni mette oggi alla prova la Politica, sebbene sarebbe sicuramente arbitrario ricondurre a un’unica matrice l’ondata di manifestazioni, scontri e proteste di vario genere che punteg- giano il Mondo benché per essa non esisterebbe una spiegazione dei disordini, delle rivolte e delle ribellioni a cui assistiamo dal 2025, talvolta accompagnati anche da episodi di violenza gratuita, che non possono essere giustificati in nessun caso.

Tra questi giovani e giovanissimi, di cui alcuni appena oltre il limite della infanzia, il livello di frustrazione e del disorientamento ha superato, in ampi strati della popolazione, i livelli di guardia.

Il repertorio delle ragioni è vastissimo e varia dalla disoccupazione alla censura sui social network, dalle tasse all’insufficienza o all’elevato costo dei servizi di base (acqua ed elettricità), dalla carenza di alloggi a prezzi accessibili all’inadeguatezza dei servizi scolastici, dalla lotta alla corru- zione e a quella contro la criminalità organizzata, dall’opposizione alla speculazione ambientale alla contestazione delle riforme dei sistemi pensionistici.

Ovviamente, non si possono attribuire interamente né alla Politica in generale e tanto meno ai Governi succedutisi negli anni il peggioramento delle condizioni economiche e l’eclissi delle prospettive di miglioramento sociale, che in Italia viene definito come un “ascensore sociale”.

E’ tuttavia opinione comune che la cd. Globalizzazione abbia influito sulle economie dei vari Paesi coinvolti creando nuove povertà in luogo del benessere a cui aspiravano.

Tuttavia, ciò a cui abbiamo assistito a livello mondiale negli ultimi anni è stato, in primo luogo, un atteggiamento di condiscendenza, implicito o esplicito, da parte del potere politico nei confronti dei nuovi potentati finanziari, digitali e militari degli Oligarchi.

La Politica, in molti casi, ha pensato non solo di poter addomesticare questi nuovi Principi, come li definiva il Machiavelli, ma anche di poterli considerare alleati nel controllo sociale o, quantomeno, nella gestione di società in profonda trasformazione.

Tutto ciò si è rivelato una mera illusione, anzi una distorsione della prospettiva che ha nascosto alla vista il disagio e il risentimento che covano negli interstizi delle Società contemporanea, di fronte al divario ormai esponenziale tra Predatori e Vittime in favore dei primi che hanno compiuto non soltanto il saccheggio dell’Economia, ma anche quello dei sogni, imprigionando intere generazioni nel perimetro tracciato, arbitrariamente, dai social network, così alimentando nuove povertà ed una economia di guerra spingendo il Pianeta sull’orlo del collasso climatico.

Le stesse proteste dei giovani del ’68, evocate, talvolta, impropriamente come termine di paragone, avevano in realtà una matrice comune, identificabile nella domanda di futuro avanzata da quelle generazioni.

Le generazioni che oggi occupano le piazze, pur con le sostanziali differenze già menzionate, sembrano animate da una motivazione ancora più radicale rispetto a quella dei loro padri e dei loro nonni ossia la netta sensazione di un furto del loro futuro.

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), le proteste giovanili del 2025 hanno evidenziato un paradosso: un elevato livello di partecipazione e di impegno, anche sulle questioni sociali e umanitarie, basti pensare alla mobilitazione per Gaza dovuta ad una profonda sfiducia nelle istituzioni.

Di fronte a questa serie di sollevazioni prive di una guida riconoscibile, il rischio è che si apra una nuova stagione di profondo disordine sociale e di frantumazione del patto fondativo della comunità politica, non soltanto tra le diverse componenti della società, ma anche sul piano inter gene- razionale e inter temporale perché siamo ben oltre la crisi della democrazia.

Se le grandi proteste dell’ultimo trentennio del XX secolo proclamavano a gran voce l’esistenza di diritti, quelle dei nostri giorni proclamano, più drammaticamente, il diritto di esistere sebbene queste istanze, queste paure, tra i giovani non possono essere confuse con chi spacca le vetrine, perché confonderle può servire magari a conquistare qualche lettore in più o qualche like sui social media come pure qualche virtuale consenso politico nei sondaggi settimanali, ma certamente non risolve il problema, anzi lo aggrava. ( !! )

  • Conclusioni

Come ha sostenuto in questi giorni sulle pagine dell’Avvenire, in maniera condivisibile, P. Borromei, “dietro le vetrine rotte c’è il grido di una generazione senza futuro”. (!!)

In base a quanto innanzi evidenziato, “dovremmo avere tutti il coraggio di non fermarci alla cronaca dei disordini, ma capire che al centro ci sono aspettative deluse, mobilità sociale bloccata e bisogno di prospettive concrete perché molti giovani lottano per avere una speranza di un futuro migliore a loro riservato”.

Se ci fermassimo alle devastazioni dei negozi ed alle vetrine spaccate, sarebbe ovvio considerare le manifestazioni dei giovani come atti delinquenziali perché, sebbene spaccare o saccheggiare tutto è più che deprecabile, esiste un diritto primario da salvaguardare ossia, ad es., quello di chi ha un negozio, di poter lavorare senza il pericolo che gli venga distrutto, oppure quello di chi sta tornando a casa di poterlo fare senza rischiare di prendersi una pietra in testa.

Tuttavia, proprio alla luce di quanto è accaduto, occorre anche comprendere che c’è un drammatico problema che riguarda le nuove generazioni, che scendendo in piazza, vogliono esprimere un malessere sociale che va interpretato prima ancora di essere combattuto.

La vera ragione delle proteste sta nel fatto che i più giovani vedono davanti a loro meno possibilità rispetto a quelle che hanno avuto i loro genitori ed una Società divenuta più violenta e più iniqua.

Non a caso, i sondaggi riscontrano proprio tra i più giovani l’esplosione di ansie legate ad un mondo sempre più incendiato da bombe e armi o in preda alle irrisolte questioni dei cambiamenti climatici.

Le nuove generazioni, ha spiegato l’ex premier Mario Draghi, “hanno la sensazione che nessuno li ascolti e che vi sia un “blocco” delle legittime aspettative future” e sulla questione si potrebbe parimenti affermare che “le diseguaglianze sociali sono sempre più ampie e l’ascensore sociale che permetteva anni fa al figlio di un operaio di diventare dirigente d’impresa, oggi è sostanzialmente fuori uso”.

Sta di fatto che ragazze e i ragazzi si affollano nelle piazze delle Città per chiedere politiche per il loro presente e il loro futuro e per avere una speranza e per questa ragione difendono i loro ideali anche lottando.

Per le stesse ragioni, sempre più ragazze e ragazzi trovano, come unica possibilità di vita, quella di emigrare all’estero, come accaduto ai loro Genitori all’inizio del secolo scorso e nel dopoguerra, senza che nessuno si preoccupi di fornire una risposta sensata alla “fuga dei cervelli” in altri Paesi.

Attraverso le manifestazioni, svoltesi per la prima volta in maniera così imponente dal ‘68, come innanzi ricordato, oggi scopriamo la esistenza di nostre “banlieu ” e ci rendiamo conto di aver fatto crescere nelle periferie delle nostre Città una nuova generazione di italiani, figli di immigrati, socialmente emarginati, come sono definiti i “Maranza”, per i quali abbiamo fatto finta di non comprendere che avessero enormi problematiche di ghettizzazione dovute alla mancanza di una effettiva integrazione nella nostra Società opulenta ma sorda alle grida che provenivano da essi e carente di proposte politiche da parte dei Governi vecchi e nuovi.

Pertanto, al di là della risposta securitaria dei vari Governi, non c’è stata né una sola parola sulle ragioni delle proteste né la promessa di adeguati interventi per mitigare il disagio di questa generazione.

Per contro, questo è avvenuto solo in Francia, dove il fenomeno delle proteste giovanili è stato ancora più violento, ed il Governo ha attuato la repressione ma, allo stesso tempo, ha anche ammesso che bisognava ascoltare le richieste dei giovani. Così, alcuni loro rappresentanti sono stati ricevuti dalle Istituzioni e sono stati promessi investimenti nelle scuole mentre in Italia non è avvenuto.

L’unica speranza a cui aggrapparsi, per l’ennesima volta, è il monito del Presidente della Repubblica, secondo il quale “la Società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione di quanto accaduto.

Si tratta di una questione sociale. Una priorità che deve vedere sensibili le Istituzioni e tutte le Forze della Nostra Società”…prima che sia troppo tardi per Tutti ( NdR ).

Dietro ogni reato c’è sempre una storia e comprenderla non significa giustificare, né attenuare la responsabilità di chi ha fatto del male ma riconoscere che quella storia avrebbe potuto prendere una direzione diversa.

Ogni volta che un adolescente si rende protagonista di un episodio di violenza, soprattutto quando appare brutale o immotivato, la risposta penale non può esaurire il compito delle Istituzioni.

Dopo il decreto Caivano è cresciuto il numero dei giovani detenuti ma non è altrettanto chiaro se e quanto le misure adottate abbiano ridotto la violenza.

È una domanda che merita dati e valutazioni rigorose, prima di proporre nuovi posti in carcere sebbene la vera scelta non è tra punire o educare: una società deve saper fare entrambe le cose.

È decidere se investire soltanto quando un adolescente arriva davanti a un Giudice oppure molto prima, nella scuola, nelle famiglie, nei servizi e nelle opportunità di crescita emotiva, cognitiva e culturale per offrire loro un vero futuro.


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