Cassazione civile Sez. II Sentenza n. 17582 del 14/07/2017

Mercoledi 27 Settembre 2017

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno - Presidente -

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni - Consigliere -

Dott. ORICCHIO Antonio - Consigliere -

Dott. GRASSO Giuseppe - rel. Consigliere -

Dott. SABATO Raffaele - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 883/2013 proposto da:

CONDOMINIO (OMISSIS) - (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE G. MAZZINI 113, presso lo studio dell'avvocato ROSA ALBA GRASSO, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati TITO MORSERO, GABRIELE BRUYERE;

- ricorrente -

contro

R.M.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FLAMINIA 141, presso lo studio dell'avvocato MASSIMO MACIUCCHI, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato RINO SCALISI;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 754/2012 della CORTE D'APPELLO di TORINO, depositata il 03/05/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 16/03/2017 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO;

udito l'Avvocato Oronzo D'AGOSTINO, con delega depositata in udienza dell'Avvocato GRASSO Rosa Alba, difensore del ricorrente che ha chiesto l'accoglimento del ricorso principale e rigetto incidentale;

udito l'Avvocato MACIUCCHI Massimo, difensore della resistente che ha chiesto il rigetto del ricorso principale ed accoglimento dell'incidentale;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto, che ha concluso per l'accoglimento e 4^ motivo e rigetto dei restanti motivi del ricorso principale; accoglimento del ricorso incidentale condizionato.

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Torino, con sentenza del 9 ottobre 2006, in accoglimento della domanda avanzata dal Condominio (OMISSIS), sito in (OMISSIS), condannò R.M.A. ad eliminare il manufatto collocato sul piano di calpestio esterno, interposto nell'area sottotetto dell'edificio.

La Corte d'appello di Torino, con sentenza depositata il 3 maggio 2012, accolto l'appello avanzato dalla R., rigettò la domanda.

Nel rispetto del perimetro decisorio di legittimità, tenuto conto della discrasia di epilogo fra le due sentenze, appare opportuno riprendere in estrema sintesi i fatti salienti della vicenda che qui possono avere rilievo.

Il Giudice di primo grado aveva imposto la rimozione dell'opera considerando che il regolamento condominiale, non solo prevedeva la proprietà comune del sottotetto, ma poneva inoltre il divieto rigoroso di sopraelevazione, sia totale che parziale, pur ove a carattere provvisorio; previsione questa valevole anche per i proprietari dell'ultimo piano. In particolare veniva riferito che il manufatto, secondo la stessa descrizione fornita dalla R., era stato messo in opera mediante la chiusura di una parte del terrazzino antistante l'unità immobiliare della predetta, al di sotto del "faldale" esterno del tetto.

La Corte territoriale, giudicata infondata la censura mossa avverso la decisione istruttoria del giudice di primo grado, il quale aveva rinviato il processo per precisazione delle conclusioni, non accogliendo le richieste istruttorie della R., nonchè quella con la quale era stata contestata la legittimità della delibera totalitaria, che aveva deciso l'intrapresa dell'azione giudiziaria, accoglieva invece, l'eccezione d'usucapione, ritualmente avanzata in primo grado dall'appellante.

Avverso quest'ultima determinazione propone ricorso per cassazione il Condominio, a corredo del quale espone quattro motivi di doglianza, ulteriormente illustrati con separata memoria. Resiste, con controricorso la R., la quale, a sua volta, avanza ricorso incidentale condizionato, consistente in una unitaria, articolata censura.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo il Condominio ricorrente allega la violazione degli artt. 99, 100, 112, 100, 115, 189 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Riportate le conclusioni assunte a verbale dalla R. nel processo di primo grado, il ricorrente rileva che costei non aveva riproposto l'eccezione d'usucapione, con la conseguenza che la predetta eccezione doveva ritenersi rinunziata. Peraltro, anche in appello, la resistente, pur essendosi doluta con uno specifico motivo di censura dell'omesso accoglimento dell'eccezione, in sede di conclusioni, ancora una volta, aveva omesso di insistere per l'accoglimento dell'eccezione in parola.

1.1. La censura non è fondata.

Si è più volte in questa sede chiarito che la mancata riproposizione, in sede di precisazione, di una domanda in precedenza formulata non autorizza alcuna presunzione di rinuncia in capo a colui che ebbe originariamente a proporla, essendo necessario che, dalla valutazione complessiva della condotta processuale della parte, possa desumersi inequivocabilmente il venir meno del relativo interesse (cfr., Sez. 3, n. 3593, 16/2/2010, Rv. 611715). In particolare è necessario accertare se, dalla valutazione complessiva della condotta processuale della parte o dalla stretta connessione della domanda non riproposta con quelle esplicitamente reiterate, emerga una volontà inequivoca di insistere sulla domanda pretermessa (Sez. 3, n. 1603, 3/2/2/2012, Rv. 621711; Sez. 1, n. 15860, 10/7/2014, Rv. 632116; Sez. 2, n. 17875, 10/9/2015, Rv. 636379), integrando l'omissione una mera presunzione di abbandono (sent. n. 15860 cit.). La circostanza che la R., siccome ammette lo stesso ricorrente, aveva svolto specifico motivo d'appello, al fine di riproporre l'eccezione d'usucapione, non consente d'inferire con sufficiente tranquillità, una volontà abbandonica della pretesa, a cagione dell'omesso specifico richiamo in sede di precisazione delle conclusioni d'appello. Nè conforto poteva trarsi dal non avere dedicato una parte della comparsa conclusionale a sostegno della eccezione in parola. La comparsa in parola, infatti, ha natura esclusivamente illustrativa in diritto di quella parte della vicenda sottoposta al giudice che si ritenga necessiti una più intensa spiegazione tecnico-argomentativa e il silenzio da essa serbato su uno o più punti o profili non assume di certo significato abdicativo di essi.

Poichè l'eccezione di merito, quale quella avanzata dalla R., è diretta a paralizzare l'avversa pretesa, essa mantiene la sua persistenza al fine di raggiungere il risultato perseguito, all'interno delle più ampie difese dirette ad ottenere il rigetto della pretesa avversa. Sicchè, salvo il constare, come si è anticipato, la certa volontà abbandonica del deducente (che non può fondarsi solo sulla circostanza della mancata reiterazione in sede di precisazione delle conclusioni), lo strumento deve presumersi non dismesso dalla faretra difensiva, specie ove, come nel caso al vaglio la eccezione in parola era stata regolarmente coltivata (formulata nella comparsa di costituzione e risposta di primo grado, perseguita con le istanze istruttorie, riproposta con lo specifico motivo d'appello).

2. Con il secondo motivo il ricorso denunzia la violazione degli artt. 112, 115, 116, 329, 342, 345 e 346 c.p.c., nonchè dell'art. 2697 c.c. e della L. n. 15 del 1968, art. 4, in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

In sintesi con il motivo qui al vaglio si critica la decisione d'appello, la quale aveva ritenuto essersi maturata l'usucapione, senza, tuttavia, che fosse stata data piena prova del possesso continuato e dell'animo domini, nel mentre il mero non uso da parte degli altri condomini non può assumere rilevanza, stante l'imprescrittibilità del diritto di proprietà sulla cosa comune.

Inoltre era da contestare che il Condominio avesse in qualche modo confessato che il manufatto era stato edificato in epoca anteriore al 1983, in quanto, ben diversamente, nell'originario atto di citazione trovasi testualmente scritto: "in epoca imprecisata comunque induttivamente collocabile in data anteriore al 1983".

E' poi da osservare, prosegue il ricorrente, che il Condominio aveva reiteratamente e con atti formali disapprovato la costruzione dell'opera. Nè avrebbe potuto assegnarsi valenza probatoria alla dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà, con la quale la R., al fine di ottenere il condono edilizio, aveva dichiarato che i lavori erano terminati 11 ottobre 1983.

In definitiva la Corte territoriale aveva leso il principio dell'onere della prova ed aveva statuito in violazione dell'art. 112 c.p.c., in quanto la controparte non aveva posto a base della propria eccezione d'usucapione un presunto riconoscimento in ordine all'epoca di completamento dei lavori da parte del ricorrente.

Il ricorrente poi mostra di non comprendere in base a quali elementi erano state valorizzate in favore della controparte le contestazioni sollevate dal Condominio. Contestazioni, che secondo la sentenza impugnata, "avrebbero evidenziato l'intento di mantenere il possesso uti dominus, e che l'atteggiamento dei condomini non può essere qualificato come mera inerzia e quindi inidoneo a qualificare l'animus del possesso esercitato dalla signora R.; ed assumendo anche che le mere contestazioni non possono produrre l'effetto della interruzione del possesso".

L'affermazione contenuta nella sentenza di primo grado, secondo la quale il mero non uso da parte degli altri condomini non implica affatto che fossero maturate le condizioni per il diritto all'usucapione, non impugnata dalla R., doveva ritenersi oramai coperta dal giudicato.

Peraltro la resistente, trovandosi nella posizione di compossessore, avrebbe dovuto dimostrare di aver esercitato una signoria di fatto incompatibile con il godimento comune del bene e sul punto non era stata svolta, del pari, impugnazione.

2.1. Attraverso il predetto motivo il ricorrente assegna impropriamente al giudizio di legittimità la revisione integrale del giudizio d'appello, includente la valutazione delle prove e gli apprezzamenti di merito effettuate dal giudice. Invero, attraverso l'articolata illustrazione della censura il medesimo, in definitiva, assume che la Corte locale abbia fatto cattivo esercizio del proprio potere discrezionale nel valutare gli esiti istruttori.

Non può farsi a meno di evidenziare che, come spesso accade, con il ricorso si propone l'approvazione di una linea interpretativa dei fatti di causa alternativa rispetto a quella fatta propria dal giudice, così sperdendosi del tutto il senso del sindacato di legittimità.

Come reiteratamente affermato in questa sede, il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (nel testo modificato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 2, prima dell'ulteriore modifica di cui al D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile "ratione temporis"), il quale implica che la motivazione della "quaestio facti" sia affetta non da una mera contraddittorietà, insufficienza o mancata considerazione, ma che si presentasse tale da determinarne la logica insostenibilità (cfr., Sez. 3, n. 17037 del 20/8/2015, Rv. 636317). Con l'ulteriore corollario che il controllo di legittimità del giudizio di fatto non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell'opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe in una nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall'ordinamento al giudice di legittimità. Con la conseguenza che risulta del tutto estranea all'àmbito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Corte di Cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l'autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa (cfr. Sez. 6, ord. n. 5024 del 28/3/2012, Rv. 622001). Da qui la necessità che il ricorrente specifichi il contenuto di ciascuna delle risultanze probatorie (mediante la loro sintetica, ma esauriente esposizione e, all'occorrenza integrale trascrizione nel ricorso) evidenziando, in relazione a tale contenuto, il vizio omissivo o logico nel quale sia incorso il giudice del merito e la diversa soluzione cui, in difetto di esso, sarebbe stato possibile pervenire sulla questione decisa (cfr. Sez. 5, n. 1170 del 23/1/2004, Rv. 569607).

Appare, quindi, evidente che il vizio di insufficiente motivazione, denunciabile con ricorso per cassazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, si configura nella ipotesi di carenza di elementi, nello sviluppo logico del provvedimento, idonei a consentire la identificazione del criterio posto a base della decisione, ma non anche quando vi sia difformità tra il significato ed il valore attribuito dal giudice di merito agli elementi delibati, e le attese e deduzioni della parte al riguardo. Parimenti, il vizio di contraddittoria motivazione, che ricorre in caso di insanabile contrasto tra le argomentazioni logico - giuridiche addotte a sostegno della decisione, tale da rendere incomprensibile la "ratio decidendi", deve essere intrinseco alla sentenza, e non risultare dalla diversa prospettazione addotta dal ricorrente (Sez. 2, n. 3615 del 13/04/1999, Rv. 525271). Con l'ulteriore implicazione che il vizio di contraddittorietà della motivazione, deducibile in cassazione ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5, non può essere riferito a parametri valutativi esterni, quale il contenuto della consulenza tecnica d'ufficio Sez. 1, n. 1605 del 14/02/2000, Rv. 533802). Peraltro, osservandosi che il vizio di insufficiente motivazione, denunciabile con ricorso per cassazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, resta integrato solo ove consti la carenza di elementi, nello sviluppo logico del provvedimento, idonei a consentire la identificazione del criterio posto a base della decisione, ma non anche quando vi sia difformità tra il significato ed il valore attribuito dal giudice di merito agli elementi delibati, e le attese e deduzioni della parte al riguardo; mentre il vizio di contraddittoria motivazione, che ricorre in caso di insanabile contrasto tra le argomentazioni logico - giuridiche addotte a sostegno della decisione, tale da rendere incomprensibile la "ratio decidendi", deve essere proprio della sentenza, e non risultare dalla diversa prospettazione addotta dal ricorrente (Sez. L., n. 8629 del 24/06/2000, Rv. 538004; Sez. 1, n. 2830 del 27/02/2001, Rv. 544226).

Si è condivisamente ulteriormente precisato, così da scolpire nitidamente l'ambito di legittimità, che il difetto di motivazione, nel senso di sua insufficienza, legittimante la prospettazione ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), è configurabile soltanto quando dall'esame del ragionamento svolto dal giudice del merito e quale risulta dalla sentenza stessa impugnata emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione ovvero quando è evincibile l'obiettiva deficienza, nel complesso della sentenza medesima, del procedimento logico che ha indotto il predetto giudice, sulla scorta degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già, invece, quando vi sia difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato attribuiti dal giudice di merito agli elementi delibati, poichè, in quest'ultimo caso, il motivo di ricorso si risolverebbe in un'inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti dello stesso giudice di merito che tenderebbe all'ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, sicuramente estranea alla natura e alle finalità del giudizio di cassazione. In ogni caso, per poter considerare la motivazione adottata dal giudice di merito adeguata e sufficiente, non è necessario che nella stessa vengano prese in esame (al fine di confutarle o condividerle) tutte le argomentazioni svolte dalle parti, ma è sufficiente che il giudice indichi (come accaduto nella specie) le ragioni del proprio convincimento, dovendosi in tal caso ritenere implicitamente disattese tutte le argomentazioni logicamente incompatibili con esse (Sez. L, n. 2272 del 02/02/2007,Rv. 594690). Proprio per ciò non è ammesso perseguire con il motivo di ricorso un preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, finalità sicuramente estranea alla natura e allo scopo del giudizio di cassazione. Infatti, il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art. 360 c.p.c., n. 5, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè la citata norma non conferisce alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico - formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione fatta dal giudice del merito al quale soltanto spetta di individuare le fonti del proprio convincimento e, all'uopo, valutare le prove, controllarne l'attendibilità e la concludenza, e scegliere tra le risultanze probatorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (cfr., fra le tante, Sez. L., n. 9233 del 20/4/2006, Rv. 588486 e n. 15355 del 9/8/2004, Rv. 575318).

La spiegazione alternativa proposta con il ricorso, fronteggiante una insanabile contraddittorietà della motivazione, deve essere tale da apparire l'unica plausibile e la deduzione di un vizio di motivazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell'intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì il solo potere di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l'attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all'uno o all'altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge). Ne deriva, pertanto, che alla cassazione della sentenza, per vizi della motivazione, si può giungere solo quando tale vizio emerga dall'esame del ragionamento svolto dal giudice del merito, quale risulta dalla sentenza, che si rilevi incompleto, incoerente o illogico, e non già quando il giudice del merito abbia semplicemente attribuito agli elementi valutati un valore ed un significato difformi dalle aspettative e dalle deduzioni di parte (cfr., fra le tante, Sez. 3, n. 20322 del 20/10/2005, Rv. 584541; Sez. L., n. 15489 dell'11/7/2007, Rv. 598729). Lo scrutinio di merito resta, in definitiva, incensurabile, salvo l'opzione al di fuori del senso comune (Sez. L., n. 3547 del 15/4/1994, Rv. 486201); la stessa omissione non può che concernere snodi essenziali del percorso argomentativo adottato (cfr., Sez. 2, n. 7476 del 4/6/2001, Rv. 547190; Sez. 1, n. 2067 del 25/2/1998, Rv. 513033; Sez. 5, n. 9133 del 676/2012, Rv. 622945, Sez. U., n. 13045 del 27/12/1997, Rv. 511208).

Nel caso alla mano la Corte di merito ha compiutamente spiegato le ragioni del proprio convincimento: non era controverso che la chiusura di una parte dello spazio aperto, collocato al di sotto della linea ideale della falda del tetto, da parte della R. risaliva ad epoca anteriore al 1983; "le ripetute contestazioni da parte del Condominio erano emblematiche dello intento dell'appellante di mantenere il possesso uti dominus, pur in contrasto con il diritto rivendicato dagli altri condomini, il cui atteggiamento non può essere quindi qualificato come di mera inerzia e inidoneo quindi a qualificare l'animus del possesso esercitato dalla sig.ra R.", inoltre, tali contestazioni erano inidonee a produrre effetto interruttivo del possesso ad usucapionem.

Gli esposti argomenti non soffrono intrinseca contraddittorietà ed anzi vengono criticati piuttosto gratuitamente: la specificazione dell'espressione con la quale il Condominio ha ammesso che l'opera venne posta in essere in data anteriore al 1983, neppure scalfisce l'esattezza della conclusione della sentenza; la contestazione dell'intervento operato dalla R., pur manifestando la contrarietà condominiale, certamente non inficia la logica conclusione tratta dal Giudice d'appello.

Non resta che concludere per la infondatezza della censura.

3. Con il terzo motivo di doglianza viene denunziata la violazione degli artt. 112, 115 116 e 342 c.p.c. e art. 2697 c.c.; nonchè contraddittorietà e mera apparenza della motivazione, il tutto in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Sviluppando argomenti già esaminati col precedente motivo il ricorrente qui sottolinea che al giudice di appello non è consentito mutare d'ufficio il petitum e la causa petendi in mancanza di gravame sul punto e, soprattutto, in mancanza di domanda iniziale.

Secondo l'assunto impugnatorio si ricava dagli atti difensivi della controparte che la R. aveva dedotto l'eccezione d'usucapione esclusivamente a riguardo dell'acquisto della titolarità del diritto di proprietà, sicchè è evidente che costei "non ha mai proposto una simile eccezione diretta a far valere l'usucapione del dritto a mantenere la situazione lesiva del diritto degli altri condomini (...), ha solo e sempre proposto un'eccezione di usucapione per l'acquisto della proprietà a titolo originario (il diritto dominicale) sulla porzione di sottotetto occupata e null'altro". Pertanto, la Corte di merito non avrebbe potuto riqualificare d'ufficio l'eccezione, ritenendo che con la stessa costei avesse preteso "mantenere la situazione lesiva del diritto degli altri condomini". La sentenza, pertanto, aveva così violato il principio di corrispondenza tra chiesto pronunciato, sotto il particolare profilo di aver statuito "su un'azione diversa da quelle espressamente proposta".

3.1. La doglianza è manifestamente priva di giuridica concludenza.

E' del tutto evidente che il ricorrente, all'apice di uno sforzo ricostruttivo tanto ardito quanto fallace, è giunto a costruire surrettiziamente il diritto a mantenere la situazione in virtù della eccezione d'usucapione, quale diritto autonomo, indipendente e non contemplato dalla eccezione di acquisto per usucapione della proprietà dell'area sovrastata dalla falda del tetto. Esattamente al contrario, aver eccepito il diritto ad usucapire l'anzidetta proprietà consente al giudice di riconoscere il fondamento di una tale eccezione, per una astratta estensione di minor portata.

4. Con il quarto motivo il ricorso denunzia la violazione degli artt. 1102, 1117, 1158 e 2697 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, In ogni caso, prosegue il ricorrente, "il mutamento del titolo ai sensi dell'art. 1102 c.c., comma 2, deve concretarsi in fatti integranti un comportamento durevole tale da manifestare un possesso esclusivo con animo domini, incompatibile con il permanere del compossesso altrui sulla stessa cosa e non soltanto in atti di gestione della cosa comune consentito al singolo compartecipe, ovvero in atti tollerati dagli altri". In altri termini sarebbe occorso fornire la prova di aver sottratto la cosa all'uso comune per tutto il periodo utile all'usucapione. Ma nulla di tutto questo era stato provato ed anzi sul punto non era stata svolta alcuna istruttorio, nè la R. aveva avanzato istanze istruttorie.

4.1. Anche quest'ultimo motivo non merita accoglimento.

Occorre riportarsi alla disamina del primo motivo. Proprio il manifestato dissenso da parte del Condominio alla situazione di fatto creata dalla R. fa escludere che quest'ultima avesse inteso godere della cosa comune non diversamente dagli altri condomini. Per altro verso, correttamente la sentenza spiega che tali contestazioni non avevano l'effetto d'interrompere il possesso, il quale, peraltro, non constava essere stato interrotto da cause naturali o da atti idonei all'interruzione.

5. R.M.A. propone un articolato ricorso incidentale condizionato all'accoglimento del ricorso principale.

Con esso ricorso incidentale la resistente deduce violazione dell'art. 1102 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

La Corte territoriale aveva sbrigativamente affermato che il manufatto era stato realizzato in violazione delle disposizioni del regolamento condominiale. Nulla tuttavia la sentenza aveva detto in ordine alle argomentazioni ampiamente sviluppate nelle difese conclusive della R.. Nella specie, non si era in presenza di un sottotetto, ma solo della proiezione ideale, cioè dell'intercapedine ventilata del cosiddetto "tetto freddo". In ogni caso non poteva essere che abnorme un provvedimento che ordinasse la demolizione dell'intero manufatto, invece che esclusivamente della parte di esso che insisteva sulla faccia inferiore del tetto.

L'errore era insorto per un "clamoroso abbaglio" in cui era incorso il CTU e del quale già il Tribunale non s'era avveduto. Il predetto CTU, infatti, aveva illogicamente affermato la natura immobiliare di un bene immateriale, "vale a dire la prosecuzione ideale della porzione evidenziata in rosso nella sezione raffigurata nell'allegato grafico numero 2". In altri termini si era considerata parte dell'edificio un qualcosa che non aveva esistenza fisica. Si era lontani dalla nozione di sottotetto, sia da quella normativa che da quella più squisitamente lessicale; nozione che, insiste la R., non poteva prescindere dalla fisicità. "Un'intercapedine, a maggior ragione, la prosecuzione ideale di essa non costituiscono, nella maniera più assoluta, un sottotetto". Ciò era chiaro anche alla legislazione regionale ligure e ai provvedimenti amministrativi emessi in materia di edilizia. Evidentemente, il CTU, errando, aveva considerato quale sottotetto la parte inferiore del tetto, anche laddove esso sporge nel vuoto.

L'affermazione, poi, del CTU, secondo la quale l'opera aveva l'effetto di procurare negativa influenza sulla ventilazione e, di conseguenza, era tale da vanificare i benefici del cosiddetto "tetto freddo", doveva considerarsi un vero e proprio asserto apodittico, che non aveva trovato riscontro di sorta nell'individuazione dei pregiudizi procurati, nonostante che il manufatto perdurasse da vent'anni.

Infine, mancava del tutto la prova che la R. avesse frapposto ostacoli all'uso della cosa comune.

5.1. Il rigetto del ricorso principale preclude l'esame di quello incidentale subordinato.

6. Il regolamento delle spese segue la soccombenza e le stesse vanno liquidate, tenuto conto del valore e della qualità della causa, nonchè delle svolte attività, siccome in dispositivo.

P.Q.M.

rigetta il ricorso principale, dichiara inammissibile quello incidentale e condanna il ricorrente principale al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore della controricorrente R.M.A., che liquida in Euro 3.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 16 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 14 luglio 2017

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