Cassazione penale Sez. III, Sentenza n. 5448 del 06/02/2018

Giovedi 17 Maggio 2018

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAVANI Piero - Presidente -

Dott. SEMERARO Luca - Consigliere -

Dott. CORBETTA Stefano - rel. Consigliere -

Dott. MACRI’ Ubalda - Consigliere -

Dott. ANDRONIO Alessandro Maria - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Sostituto Procuratore della Repubblica presso la Corte d'appello di Brescia, nel procedimento a carico di:

C.S., nata a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 05/05/2017 del g.u.p. del tribunale di Bergamo;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Stefano Corbetta;

viste le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. PICARDI Antonietta, che ha concluso chiedendo l'accoglimento del ricorso;

vista la memoria depositata in data 19 dicembre 2017 dall'avv. Dino Costanza, del foro di Roma, nell'interesse di C.S., con cui si eccepisce l'illegittimità costituzionale delD.Lgs. n. 74 del 2000, art. 13 bis, per contrasto con gli artt. 3, 24, 111 e 113 Cost. e artt. 6 e 14 CEDU, e si chiede, in ogni caso, il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza impugnata, il g.u.p. del tribunale di Bergamo, previa concessione delle circostanze attenuanti generiche, ritenuta la continuazione e operata la riduzione del il rito, applicava all'imputata, ai sensi dell'art. 444 c.p.p., la pena di anni due di reclusione, condizionalmente sospesa, in relazione al reato di cui all'art. 81 cpv. c.p.,D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 2 perchè, in qualità di legale rappresentate della "Savoir Faire s.r.l.", con sede in (OMISSIS), in tempi diversi ma in esecuzione del medesimo disegno criminoso, al fine di evasione fiscale, nella dichiarazione annuale relativa alle imposte sui redditi e sul valore aggiunto degli anni 2009, 2010, 2011 e 2012, indicava elementi passivi fittizi, avvalendosi di fatture per operazioni inesistenti, puntualmente indicate nel capo di imputazione per ciascuna annualità; peraltro, il g.u.p. dichiarava non doversi procedere in relazione al reato in esame, con riguardo all'annualità del 2008, per intervenuta prescrizione.

2. Avverso l'indicata sentenza propone ricorso per cassazione il P.G. territoriale, affidato a un unico motivo, incentrato sulla violazione del D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 13-bis, comma 2.

Osserva il ricorrente che l'ammissione all'applicazione della pena su richiesta della parti, ai sensi dell'art. 444 c.p.p., è subordinata, per tutti i reati previsti dal D.Lgs. n. 74 del 2000, o all'integrale estinzione del debito tributario, compresi oneri e accessori, ovvero all'ipotesi di ravvedimento operoso. Nel caso di specie, dalla sentenza impugnata non emergerebbe la sussistenza delle due situazioni, alternativamente previste dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 13-bis, comma 2, sicchè l'accesso al rito speciale era da considerarsi precluso.

Infine, nota il ricorrente che il D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 13-bis, comma 2, sebbene introdotto dal D.Lgs. 24 settembre 2015, n. 158, art. 12, comma 1, troverebbe applicazione nel caso in esame, in forza del principio tempus regit actum, trattandosi di una disposizione processuale, la quale, in assenza di norme transitorie derogatorie, opera indistintamente in relazione a tutti i processi in corso, senza che abbia rilievo la data del commesso reato.

3. Con memoria depositata in data 19 dicembre 2017, il difensore dell'imputata ha dedotto questione di illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 13 bis, in relazione agli artt. 3, 24, 111 e 113 Cost. e artt. 6 e 14 CEDU. Assume il difensore che la norma impugnata si porrebbe in contrasto con l'art. 3 Cost. e art. 14 CEDU, perchè determinerebbe un'ingiustificata disparità di trattamento fra imputati di reati tributari, in relazione alla loro capacità economica, potendo accedere al rito alternativo solo gli imputati più abbienti, e al loro ruolo all'interno della società rappresentata, non potendo parimenti accedere al rito in esame chi è stato legale rappresentante della società, ma non lo è più, sicchè a costoro è preclusa la possibilità di provvedere al pagamento del debito tributario tramite le risorse della società. La norma si porrebbe poi in contrasto sia con l'art. 24 Cost. e art. 6, par. 3, lett. b) CEDU, in ragione dell'impedimento all'esercizio di scelte processuali idonee a risultati più vantaggiosi sulla base della situazione economica dell'imputato, sia con l'art. 113 Cost., stante l'impossibilità di sindacare il debito tributario, una volta che il soggetto abbia pagato il debito medesimo al solo scopo di accedere al rito speciale.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è fondato.

2. Il D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 13-bis, comma 2, nella formulazione introdotta dal D.Lgs. n. 158 del 2015, art. 12, comma 1, stabilisce espressamente che, per i delitti di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, l'applicazione della pena ai sensi dell'art. 444 c.p.p. può essere chiesta dalle parti solo quando ricorra la circostanza di cui al comma 1, ossia l'integrale pagamento, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, dei debiti tributari, comprese sanzioni amministrative e interessi - e sempre che non si tratti dei reati di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, artt. 10-bis e 10-ter e art. 10-quater, comma 1, in relazione ai quali l'integrale pagamento del debito tributario configura una causa di non punibilità - ovvero in presenza di ravvedimento operoso - ad accezione, in tal caso, dei reati di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, artt. 4 e 5, in relazione ai quali il ravvedimento operoso integra parimenti una causa di non punibilità.

La norma, peraltro, in relazione alle condizioni di accesso al "patteggiamento" non ha una portata innovativa, perchè il D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 13, comma 2-bis, nella formulazione introdotta dalla L. 25 giugno 1999, n. 205, art. 9, aggiunto dal D.L. 13 agosto 2011, n. 138, art. 2, comma 36-vicies semel, lett. m), convertito, con modificazioni, in L. 14 settembre 2011, n. 148, stabiliva già che, per i delitti di cui al D.Lgs. 10 marzo 2000, le parti possono accedere al "patteggiamento" solo ove ricorra l'attenuante prevista dai commi 1 e 2 dello stesso art. 13, e, cioè, solo se i debiti tributari relativi ai fatti costitutivi dei predetti delitti - comprensivi delle sanzioni amministrative - siano stati estinti, mediante pagamento, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado.

In ogni caso, trattandosi di una disposizione processuale, in quanto il legislatore ha introdotto un'esclusione oggettiva dal "patteggiamento", riferita alla generalità dei delitti in materia tributaria previsti dal D.Lgs. n. 74 del 2000 (cfr. Corte cost., sent. n. 95 del 2015), il D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 13-bis, comma 2, trova applicazione in relazione a tutti i procedimenti in corso alla data di entrata in vigore dalla norma, indipendentemente dalla data di commissione del reato.

3. Nel caso in esame, nè dall'istanza ex art. 444 c.p.p. sottoscritta dalla C. in data 27 aprile 2017, nè dalla sentenza impugnata risulta che l'imputata abbia soddisfatto una delle condizioni alternativamente previste per l'accesso al rito speciale; la sentenza deve perciò essere annullata senza rinvio e gli atti trasmessi al g.u.p. del tribunale di Bergamo per l'ulteriore corso.

4. Infine, va osservato che la questione di illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 13-bis, ventilata dalla difesa, è priva di rilevanza nel giudizio davanti alla Corte di cassazione.

Secondo la consolidata giurisprudenza costituzionale (ex plurimis, cfr. ordinanze n. 184 del 2017, n. 259 del 2016, n. 161 del 2015), non è, infatti, rilevante la questione di legittimità costituzionale avente ad oggetto un contenuto normativo che attiene al compimento di un atto processuale inserito in una fase successiva a quella in cui versa il giudizio a quo. Questa Corte, infatti, non deve fare applicazione della norma censurata, la quale verrà in rilievo nella successiva fase del giudizio di rinvio davanti al giudice di merito, alla cui cognizione è rimessa la verifica, in concreto, dei presupposti applicativi della norma medesima, presupposti che, peraltro, questa Corte non è nemmeno nelle condizioni di poter apprezzare.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata e dispone la trasmissione degli atti al tribunale di Bergamo.

Così deciso in Roma, il 12 gennaio 2018.

Depositato in Cancelleria il 6 febbraio 2018

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