Cassazione civile Sez. II Ordinanza n. 5052 del 05/03/2018

Venerdi 23 Marzo 2018

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano - Presidente -

Dott. GORJAN Sergio - Consigliere -

Dott. PICARONI Elisa - Consigliere -

Dott. SCARPA Antonio - rel. Consigliere -

Dott. DONGIACOMO Giuseppe - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10102/2017 proposto da:

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l'AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

- ricorrente -

contro

CANTINA DI CASTIADAS SOCIETA' COOPERATIVA AGRICOLA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CORNELIO NEPOTE, 21, presso lo studio dell'avvocato EMANUELE CAVANNA, rappresentata e difesa dall'avvocato GIOVANNI BATTISTA GALLUS;

- controricorrente -

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 29/01/2018 dal Consigliere Dott. ANTONIO SCARPA.

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso articolato in quattro motivi avverso il decreto reso il 24 febbraio 2017 dalla Corte d'Appello di Roma, che ha rigettato l'opposizione avanzata dallo stesso Ministero della Giustizia contro il decreto emesso l'11 settembre 2015 dal Consigliere delegato della medesima Corte d'Appello di Roma in accoglimento della domanda di condanna all'equa riparazione per la irragionevole durata di un giudizio civile per esecuzione immobiliare spiegata dalla Cantina di Castiadas società cooperativa agricola.

L'intimata Cantina di Castiadas società cooperativa agricola si difende con controricorso ed ha altresì depositato memoria ai sensi dell'art. 380 bis c.p.c., comma 1.

Il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Corrado Mistri, ha depositato le sue conclusioni scritte, ai sensi dell'art. 380-bis c.p.c., comma 1, chiedendo il rigetto del ricorso.

Il primo ed il secondo motivo del ricorso del Ministero della Giustizia assumono la violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 4, in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Il terzo ed il quarto motivo di ricorso deducono del pari la violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 4, stavolta in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Il provvedimento impugnato ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l'esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l'orientamento della stessa, con conseguente inammissibilità del ricorso ex art. 360- bis c.p.c., n. 1 (Cass. Sez. U., 21/03/2017 n. 7155).

Tutti i motivi allegano la natura sostanziale, e non processuale, del termine decadenziale di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 4 e quindi la non operatività riguardo ad esso della sospensione ex L. n. 742 del 1969, di tal che, risalendo il dies a quo di detto termine alla data di definitività del provvedimento di estinzione del procedimento esecutivo (9 luglio 2014), risulterebbe tardiva la domanda proposta il 4 febbraio 2015.

I quattro motivi di ricorso, che possono essere trattati congiuntamente per la loro connessione, sono infondati, dovendo trovare conferma il consolidato orientamento sul punto di questa Corte, secondo il quale la sospensione nel periodo feriale dei termini di cui alla L. n. 742 del 1969,art. 1, si applica anche al termine di sei mesi previsto dalla L. n. 89 del 2001, art. 4, per la proposizione della domanda di equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo, atteso che fra i termini di cui della L. n. 742 del 1969, citato art. 1, vanno ricompresi non solo quelli inerenti alle fasi successive all'introduzione del processo, ma anche il termine entro il quale il processo stesso deve essere instaurato, allorchè l'azione in giudizio rappresenti, per il titolare del diritto, l'unico rimedio per fare valere il diritto stesso (Cass. Sez. 6-2, 08/02/2017, n. 3387; Cass. Sez. 6-2, 05/01/2017, n. 184; Cass. Sez. 6-2, 18/03/2016, n. 5423; Cass. Sez. 1, 11/03/2009, n. 5895).

In tal senso, peraltro, Cass. Sez. U, 22/07/2013, n. 17781, secondo cui il termine di sei mesi, di cui alla L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 4, dal provvedimento che chiude la causa che ha violato la durata ragionevole del processo, oltre il quale non è più proponibile l'azione di equa riparazione da ritardo irragionevole del processo, è stabilito dal legislatore "a pena di decadenza" (artt. 2964 c.c. e segg.); la natura processuale della decadenza che precede comporta che il periodo di sei mesi dalla definizione del processo durato per tempo irragionevole, oltre il quale l'azione è preclusa, deve computarsi tenendo conto della sospensione del periodo feriale di cui alla L. 7 ottobre 1969, n. 742, art. 1, come accade per ogni altro termine analogo".

Le argomentazioni sviluppate dal ricorrente non offrono elementi per mutare tale orientamento interpretativo. Non rilevano decisivamente, infatti, ai fini di una diversa considerazione del termine di cui alla L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 4, ovvero della conclusione della non riferibilità ad esso della sospensione ex L. n. 742 del 1969, nè l'operatività del termine d'impugnazione di sei mesi, previsto dall'art. 327 c.p.c., nella nuova formulazione applicabile ai giudizi instaurati dopo l'entrata in vigore della L. n. 69 del 2009; nè la vigente struttura monitoria del procedimento di equa riparazione, come delineata dalla L. n. 134 del 2012; nè, infine, la soggezione della domanda di equa riparazione per durata irragionevole alla disciplina della mediazione finalizzata alla conciliazione, e, quindi, la conseguente efficacia impeditiva, accordata all'istanza di mediazione, rispetto alla stessa decadenza della L. 24 marzo 2001, n. 89, ex art. 4. Tali sopravvenienze ordinamentali non mutano la natura del termine decadenziale della L. n. 89 del 2001, ex art. 4, rimanendo pur sempre da esso condizionata l'utile esperibilità della essenziale tutela giurisdizionale del diritto di equa riparazione da ritardo irragionevole del processo.

All'inammissibilità del ricorso consegue la regolamentazione delle spese secondo soccombenza, nell'ammontare liquidato in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controricorrente delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 2.415,00 per compensi, oltre accessori di legge e spese forfetarie.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 29 gennaio 2018.

Depositato in Cancelleria il 5 marzo 2018

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