Cassazione civile Sez. VI - 3 Ordinanza n. 10938 del 08/05/2018

Mercoledi 23 Maggio 2018

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide - Presidente -

Dott. DE STEFANO Franco - Consigliere -

Dott. VINCENTI Enzo - Consigliere -

Dott. ROSSETTI Marco - Consigliere -

Dott. D’ARRIGO Cosimo - rel. Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 24638-2016 R.G. proposto da:

D.M.M., elettivamente domiciliata in Roma, piazza Cavour presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa dall'avvocato Tassiello Giuseppe, e Silvia Zucchetti;

- ricorrente -

contro

COMUNE ANZIO, C.F. (OMISSIS), in persona del sindaco pro tempore, elettivamente domiciliato in Roma, via Novenio Bucchi, n. 7, presso lo studio dell'avvocato Valerio Cannizzaro, rappresentato e difeso dall'avvocato Armando La Viola;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 1863/2016 della Corte d'appello di Roma, depositata il 19/03/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 30/10/2017 dal Consigliere Dott. D'Arrigo Cosimo.

Svolgimento del processo

D.M.M. ha convenuto in giudizio il Comune di Anzio deducendo di essere caduta per terra mentre percorreva un tratto di marciapiede comunale a causa di alcune disconnessioni della pavimentazione e chiedendo il ristoro del danno subito.

Nel contradditorio delle parti, il Tribunale di Velletri, sezione distaccata di Anzio, ha rigettato la domanda, compensando le spese di lite.

La D.M. ha quindi adito la Corte d'appello di Roma che, con la sentenza indicata in epigrafe, ha rigettato l'impugnazione condannando l'appellante alle spese del grado.

Tale decisione è stata fatta oggetto di ricorso per cassazione da parte della D.M. per due motivi. Il Comune di Anzio ha resistito con controricorso.

Il consigliere relatore, ritenuta la sussistenza dei presupposti di cui all'art. 380 - bis c.p.c. (come modificato dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, art. 1 - bis, comma 1, lett. e), conv. con modif. dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197, art. 1 - bis, comma 1, lett. e)), ha formulato proposta di trattazione del ricorso in camera di consiglio non partecipata.

Entrambe le parti hanno depositato successive memorie difensive.

Motivi della decisione

In considerazione dei motivi dedotti e delle ragioni della decisione, la motivazione del presente provvedimento può essere redatta in forma semplificata.

Con il motivo primo (violazione e falsa applicazione degli artt. 2051 e 2697 c.c.) la ricorrente sostiene che la Corte d'appello avrebbe erroneamente escluso la pericolosità intrinseca dell'avvallamento della pavimentazione (nella quale sembra fossero mancanti due mattonelle) e quindi i presupposti per l'applicazione della presunzione di responsabilità di cui all'art. 2051 c.c.. La censura è manifestamente infondata in quanto non coglie la ratio dedicendi della sentenza impugnata, che non esclude affatto l'applicabilità al caso di specie dell'art. 2051 c.c., ma ritiene che la presunzione di responsabilità non opera quando la pericolosità della cosa in custodia è chiaramente individuabile con l'ordinaria diligenza.

Nel merito, la corte d'appello ha individuato nella disattenzione della D.M. una causa efficiente prossima e sufficiente ad elidere il rapporto di causalità con l'avvallamento della pavimentazione del marciapiede. Tale decisione si sottrae a censure di legittimità.

Questa Corte ha già chiarito che, ai sensi dell'art. 2051 c.c., allorchè venga accertato, anche in relazione alla mancanza di intrinseca pericolosità della cosa oggetto di custodia, che la situazione di possibile pericolo, comunque ingeneratasi, sarebbe stata superabile mediante l'adozione di un comportamento ordinariamente cauto da parte dello stesso danneggiato, deve escludersi che il danno sia stato cagionato dalla cosa, ridotta al rango di mera occasione dell'evento, e ritenersi, per contro, integrato il caso fortuito (Sez. 3, Sentenza n. 12895 del 22/06/2016, Rv. 640508; fattispecie in cui è stata rigettata la domanda di risarcimento dei danni conseguenti ad una caduta, ritenuta causalmente attribuibile alla disattenzione dello stesso danneggiato).

Infatti, in tema di responsabilità ex art. 2051 c.c., il caso fortuito - inteso come fattore che, in base ai principi della regolarità adeguatezza causale, esclude il nesso eziologico tra cosa e danno - è comprensivo della condotta incauta della vittima, che assume rilievo ai fini del concorso di responsabilità ai sensi dell'art. 1227 c.c., comma 1, e deve essere graduata sulla base di un accertamento in ordine alla sua effettiva incidenza causale sull'evento dannoso, che può anche essere esclusiva (Sez. 6 - 3, Ordinanza n. 30775 del 22/12/2017; fattispecie in cui è stato escluso che la vittima fosse caduta per un difetto di custodia del marciapiede comunale e fosse, invece, imputabile una sua disattenzione).

Il resto delle contestazioni svolte nell'ambito del primo motivo attengono alla ricostruzione della dinamica del sinistro in punto di fatto e sono inammissibili in questa sede.

Con il secondo motivo, a prescindere dall'intestazione, in sostanza si contesta nel merito la valutazione delle risultanze istruttorie. Si tratta di una censura, volta a sollecitare una riformulazione del giudizio di fatto, inammissibile in sede di legittimità.

n conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico del ricorrente, ai sensi dell'art. 385 c.p.c., comma 1, nella misura indicata nel dispositivo.

Ricorrono altresì i presupposti per l'applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, sicchè va disposto il versamento, da parte dell'impugnante soccombente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l'impugnazione da lui proposta, senza spazio per valutazioni discrezionali (Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.000,00 per compensi, oltre alle spese forfet-tarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Motivazione Semplificata.

Così deciso in Roma, il 30 ottobre 2017.

Depositato in Cancelleria il 8 maggio 2018

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