Per la Corte d'appello di Milano, in assenza di figli minori o non autosufficienti l'assegnazione della casa familiare non spetta al coniuge economicamente più debole: l'istituto tutela solo la prole e non riequilibra le condizioni patrimoniali tra ex coniugi, sicché la difficoltà economica non fonda un titolo di occupazione opponibile al proprietario.
| Lunedi 31 Agosto 2026 |
La pronuncia rafforza un indirizzo già consolidato in tema di assegnazione della casa familiare, ribadendo che l'istituto è funzionale esclusivamente alla tutela della prole minore o non autosufficiente e non alla protezione patrimoniale del coniuge economicamente più debole.
La decisione chiarisce inoltre che l'eventuale inadempimento agli obblighi di mantenimento non incide sul titolo di occupazione dell'immobile, dovendo essere fatto valere con gli strumenti esecutivi propri del rapporto obbligatorio.
La sola condizione di difficoltà economica non può essere invocata per contrastare un'azione di rilascio fondata su un titolo di proprietà o di detenzione qualificata altrui.
Tizio, con ricorso ex art. 447-bis c.p.c. proposto davanti al Tribunale di Varese, chiedeva la condanna dell'ex moglie Caia al rilascio dell'immobile già adibito a casa familiare, oltre alla liberazione dello stesso dalle cose di proprietà della convenuta. A fondamento della domanda deduceva di aver stipulato un contratto preliminare per l'acquisto dell'immobile, con contestuale consegna delle chiavi e concessione del godimento del bene, e che, in sede di separazione personale, non era stato adottato alcun provvedimento di assegnazione della casa familiare, sicché Caia continuava ad occupare l'immobile senza titolo.
Caia si costituiva eccependo il difetto di legittimazione attiva di Tizio e l'improcedibilità della domanda per mancato esperimento della mediazione. Nel merito, deduceva la propria difficoltà economica e l'impossibilità di reperire una diversa sistemazione abitativa, evidenziando anche il mancato versamento, da parte dell'ex coniuge, del contributo al mantenimento stabilito in sede di separazione.
Il Tribunale di Varese rigettava le eccezioni preliminari e accoglieva la domanda di rilascio. Il giudice qualificava il rapporto derivante dalla consegna anticipata dell'immobile come detenzione qualificata, riconducibile a un comodato collegato al contratto preliminare, ritenendo pertanto Tizio legittimato ad agire per il rilascio. Accertava inoltre l'assenza di un provvedimento di assegnazione della casa familiare e condannava Caia al rilascio dell'immobile, alla liberazione dello stesso e alla restituzione delle chiavi, ponendo le spese di lite a suo carico.
Caia impugnava la decisione articolando due motivi:
La Corte ha respinto integralmente il gravame. Sul primo motivo, ha escluso qualsiasi omessa pronuncia: il Tribunale aveva in realtà preso in considerazione la situazione economica di Caia e il lamentato mancato versamento del mantenimento, ritenendoli tuttavia irrilevanti ai fini della domanda di rilascio, poiché la questione relativa all'adempimento degli obblighi economici derivanti dalla separazione trova la propria sede negli strumenti di tutela previsti per l'esecuzione dei provvedimenti in materia familiare, e non nel giudizio sul godimento dell'immobile.
Nel merito, la Corte ha ribadito che l'assegnazione della casa familiare è funzionalmente diretta alla tutela della prole e non alla protezione patrimoniale del coniuge economicamente più debole; in assenza di figli minori o non autosufficienti, come nel caso di specie, l'immobile segue le ordinarie regole civilistiche. Ha inoltre rilevato che:
Quanto alle spese, la Corte ha richiamato il principio generale della soccombenza di cui all'art. 91 c.p.c., ricordando che la compensazione, prevista dall'art. 92 c.p.c., presuppone soccombenza reciproca o gravi ed eccezionali ragioni da esplicitare in motivazione, condizioni ritenute insussistenti nel caso concreto. L'appello è stato dunque integralmente respinto, con conferma della sentenza di primo grado e condanna di Caia alle spese del grado.